
Non hai tempo di leggere tutto? Richiedi una consulenza gratuita →
Una vulnerabilità pubblicata al mattino, sfruttata prima di sera. Il problema che sta cambiando la sicurezza di rete
Una vulnerabilità CVE (falla di sicurezza identificata pubblicamente) viene resa pubblica al mattino. Nel giro di poche ore, qualcuno la sta già sfruttando nel mondo reale. La patch ufficiale non è pronta, la finestra di manutenzione è lontana giorni, e il tempo intanto passa.
Ogni vulnerabilità nuova riceve un codice ed entra in un database pubblico, consultabile da chiunque, compresi gli attaccanti. È un sistema pensato per la trasparenza, ma ha un effetto collaterale: nel momento in cui la falla diventa nota, diventa nota a tutti nello stesso istante.
I numeri che cambiano la prospettiva
Il Verizon Data Breach Investigations Report 2026 mostra un dato che non si era mai visto nei diciannove anni di storia della ricerca: lo sfruttamento di vulnerabilità è diventato il primo vettore di accesso iniziale nelle violazioni informatiche, superando il furto di credenziali. Vale ora il 31% degli accessi, contro il 20% di un anno prima.
Il tempo medio per applicare una patch è salito a 43 giorni. Solo il 26% delle vulnerabilità note e già sfruttate viene effettivamente corretto in tempo, contro il 38% dell’anno precedente. Le vulnerabilità segnalate sono cresciute di quasi otto volte tra il 2022 e il 2025, e Gartner prevede un milione di CVE cumulative entro il 2030.
Un fattore in più sta accelerando tutto questo: l’intelligenza artificiale viene già usata per automatizzare la ricerca di vulnerabilità e la creazione di exploit. Il tempo che intercorre tra la pubblicazione di una falla e il suo utilizzo offensivo non è più qualcosa su cui si può pianificare con margine.
Perché le architetture tradizionali non tengono il passo
Il problema non è solo applicare le patch più in fretta. È architetturale. Molte reti aziendali si difendono ancora con prodotti separati, visibilità frammentata tra un sistema e l’altro, e processi che richiedono l’intervento manuale di un tecnico per ogni aggiornamento.
Il punto più esposto sono i dispositivi edge, quelli rivolti direttamente verso internet: firewall, VPN, apparati di accesso remoto. Quando una CVE critica colpisce uno di questi sistemi, l’azienda entra in una corsa contro il tempo tra chi sfrutta la falla e chi prova a proteggersi.
Negli ultimi cinque anni, tre tra i principali fornitori di sicurezza basati su appliance hanno dichiarato oltre 1.100 vulnerabilità, di cui più di 60 già sfruttate attivamente. Ogni appliance fisica, e ogni piattaforma usata per gestirla, è un sistema in più da aggiornare, monitorare e proteggere.
C’è anche un altro dettaglio che spesso passa inosservato: anche quando esiste già una protezione di tipo IPS, questa non è sempre attiva di default. Molte firme restano disattivate o in sola modalità di segnalazione finché un tecnico non le configura manualmente, valutando anche il rischio di falsi positivi. Tra la protezione disponibile e la protezione effettiva, in pratica, resta un divario.
Come risponde Cato Networks
Cato Networks ha spostato l’attenzione da una domanda a un’altra: non più “quando arriverà la patch”, ma “quanto velocemente la rete è protetta nel frattempo”.
Quando una CVE viene resa pubblica, gli analisti di sicurezza di Cato, supportati da sistemi di intelligenza artificiale che velocizzano l’analisi e la stesura della protezione, elaborano una mitigazione, la validano e la distribuiscono su tutta la rete cloud in meno di un’ora.
Essendo una piattaforma nativa cloud, non ci sono appliance fisiche da aggiornare né lato Cato né lato cliente. La protezione arriva direttamente sulla rete, senza interventi manuali, senza finestre di manutenzione da programmare, senza un tecnico che deve collegarsi a ogni singolo apparato per applicare l’aggiornamento. Chi vuole approfondire il funzionamento tecnico di questo sistema può leggere l’analisi completa di Cato sulla mitigazione agentica delle CVE.
Cosa cambia per una piccola o media impresa
Molte delle aziende che ZAL segue ogni giorno non hanno un reparto IT strutturato per monitorare ogni nuova CVE e valutarne l’impatto. Fino a oggi, questo significava restare esposti per giorni o settimane, in attesa che il fornitore rilasciasse una patch e che qualcuno in azienda trovasse il tempo per installarla.
Con un’infrastruttura di rete gestita a livello cloud, questo tempo si riduce drasticamente. La protezione arriva prima che la patch ufficiale sia pronta, e senza che nessuno debba intervenire manualmente sui sistemi.
Grazie alla partnership con Cato Networks, ZAL porta questo livello di protezione anche alle piccole e medie imprese, senza richiedere competenze o strutture interne che normalmente solo una grande azienda può permettersi.
Se vuoi capire come funziona per la tua rete, scrivici.